"Questo racconto verrà diviso in più parti.
Anche se è stato vissuto in una
parte unica.
Anche se alcune parti sono
andate perse qua e là.
Perchè, si sa, la grappa è grappa.
E a volte con la memoria scherza."
Simone vi ha detto la mia. Io adesso vi dico la sua. Intendevo viceversa.
Sono le 7 meno 10 di sabato mattina - di un maggio post-primaverile ma ancora pre-estivo - e io mi sto preparando per andare al lavoro. Eccheccazzo, anche questo sabato mi tocca lavorare. Porco di qua e cane di là. (Sono una persona ordinata.) Al lavoro sono distratto, la testa altrove. Un macchinaro rende la vita difficile a me e Massimo, volano espressioni da scomunica. Al peggio non c'è mai fine, ma non essendo questo il peggio alle 12.30 la sua fine giunge. Saluto, il capo officina avrebbe le sue fisime da raccontarmi, ma io ho solo fretta. Raccolgo tutto me stesso e mi fiondo a casa. Tempo di pranzare non ne ho, e il mio stomaco sembra non approvare la mia decisione di non sedermi a tavola. Mi infilo sotto alla doccia, doccia che emana il suo flusso d'acqua calda, calda la giornata quando mi appresto alla partenza, partenza che aspetto da tutta la mattina, la mattina è già alle spalle. La stanchezza no, e suonerà il suo leit motiv per quasi tutta la giornata. Ma parto in sella alla mia bicicletta: abbiamo scelto di usufruire delle due ruote non motorizzate, per volare alti nel cielo e vivere al di sopra di qualsiasi alcool test. Giorgio mi chiama durante il tragitto: "Oho, ndo casso sito?". (Scusatelo, è un poeta crepuscolare.) Giungo a Rossano Veneto che sono le due meno venti, o giù di lì. E giù di lì raggiungo il campo dove è stata allestita la tenda. Toni come sempre è inguardabile. Simone sarebbe bello, ma non siamo vicini ad una discarica. Giorgio ha la faccia di uno che ha la faccia di uno che è tanto brutto. Io non lo so, non mi sono portato dietro lo specchio. (Lo specchio tira un sospiro di sollievo.)
Ci sediamo sul tavolino che si trova al centro del prato della casa dello zio di Giorgio, e ci beviamo un paio di birre a testa, prodigamente procurate dal cugino del Giorgion. Buon pro mi fa: avevo proprio la gola riarsa. Stiamo bene, è fresco, l'ombra di un grande albero copre le nostre teste di minchia, ma teste di minchia fatte bene, di quelle che raramente si vedono in giro. Il mio stomaco invece non sta bene per niente: ha un temporale dentro, richiede cibo. La mamma di Giorgio - sembra una puntata di Un pomeriggio in famiglia - ci fa una pasta condita di qualcosa che non ricordo. Io mi servo una volta e mezza. Toni addirittura tre, per dimostrare che la fame nel mondo non è un problema quanto la fame sua.
Il cugino di Gio ci racconta aneddoti della sua professione di camionista. Mare agitato in una notte di traversata della manica. Un incubo ad occhi aperi. Le bestemmie fanno da contrappunto al resoconto.
Cominciano a girare voci sul numero dei partecipanti, incontrollate. 50.000 persone, 100.000, 500.000. Non sapremo mai chi dice il vero. Una fiumana di gente che non ci sta aspettando. Ma noi ci andiamo lo stesso.
Perchè è il momento di partire. La giornata non sembra calda come avevo supposto, e le nubi minacciano di mandar giù dell'acqua che con la festa, oltre che rischiare di rovinarla, non sarebbe affatto in tema. Simone scongiura e spergiura. Speriamo che le sue parole tengano a bada il cielo. Giungiamo in quel di Bassano dopo aver fatto una deviazione forse più lunga del previsto, ma tant'è, adesso siamo qui, cominciamo a vedere le prime scene di delirio: uno passeggia con un mulo al giunzaglio, un pazzo traina con il bcs un carretto stracolmo di alpini. (Ma saranno alpini davvero? Tutti qui sembrano avere il cappello... Dubbio...) Poniamo le bici davanti ad un palo, discutiamo su come fare per legarle tutte assieme, e siccome non siamo ingegneri, risolviamo la cosa abbastanza agevolmente.
C'è n'è un fottio di gente, forse 300.000 persone azzardiamo, forse di più, ma ci siamo noi, tutto il resto sono facce sparse. I protagonisti del film siamo noi. Che Spielberg lo sappia!
Parte la ronda delle chiamate e degli Sms: contattiamo il Tega e Cristian, Pene (alias Enrico, ma chi lo chiama più così?) e Paolo. Gli ultimi due giungono con consorte al seguito. Diamo loro torto e che si tengano la loro ragione.
Ora siamo tutti qui. Facce da Oscar.
La festa deve ancora decollare, ma siamo già gasati come una bottiglia di acqua minerale.
La prima parte di questo racconto non comprende la seconda.
Word in progress.